UN GIRO DA QUELLE PARTI  LO FAREI FARE A TUTTI

Veronica, tredici anni.

Paolo l’ha incontrata che era già in oncologia a Padova, era al Day Hospital e ci ha parlato qualche volta.

L’aveva riconosciuta per averla vista frequentare le medie della sua stessa scuola, a Possagno.

 “Lei è ancora dentro”, mi dice Paolo, “invece io per fortuna ho particamente finito”.

“Non sono ancora del tutto fuori, eh” mi dice con lo sguardo da bambino che si sforza di atteggiare l’espressione della persona prudente, “ma praticamente io ho finito: la mascherina la tengo solo per sicurezza”.

 Adesso almeno può muoversi liberamente in casa, ha ripreso a venire qualche giorno a scuola, con la sua classe curricolare: non più è costretto a stare chiuso in una saletta d’ospedale con le maniche corte, estate e inverno (“perché avevo il catetere sul braccio e se avessi avuto le maniche lunghe sarei stato un po’ impedito”), con le finestre sempre chiuse (“per evitare contaminazioni dall’esterno”)…

 Paolo se ne ricorda di tanti ragazzi che ha incontrato nel suo stesso reparto (“io ero in oncoematologia pediatrica”, mi puntualizza).

Si ricorda di Antonio, da Napoli: “avrà avuto 10 anni forse meno, aveva delle masse strane sporgenti dagli zigomi; quando era in camera con me, avrebbe voluto ascoltare musica e giocare ai videogiochi con lo smartphon, ma ovvio che non si può lì dentro”.

A Padova, “lui ha fatto la chemio, poi mi hanno detto che l’hanno mandato a Trento a fare la radio, non l’ho più visto…”. 

 Si ferma un attimo, Paolo, guarda il tavolo della biblioteca e poi mi dice: “Sono stati tanti che non ho più visto”. 

 “Neanche Andrea so più dove sia andato: aveva sì e no 17 anni; era nel mio reparto, poi è passato al reparto trapianti, per l’autotrapianto di staminali, mi hanno detto che è uscito”.

 Me li snocciola uno ad uno, e sono tanti, quelli che ha conosciuto, ogni tanto intreccia le dita paffute delle mani ancora da bambino. 

“Mi ricordo di Kevin, avrà avuto un anno o due più di me: ce l’aveva alla testa lui la massa…”. Sembra sospendere il racconto perché non ricorda di aver visto più  neanche lui.

 “Invece ho avuto una gran bella soddisfazione, professore, per aver ricevuto la foto di Asja che adesso va  a scuola felice in prima elementare: l’ho conosciuta là dentro che aveva 5 anni, aveva un fratellino più piccolo autistico che non sapeva dire di avere fame o sete, e allora gli lasciano in giro per la casa biscotti e cracker e l’acqua da bere così che se ne prenda…    “Asja invece aveva la leucemia. Ma adesso è guarita e va a scuola col grembiulino assieme agli altri compagni”.

 Lo lascio parlare, non affronta subito il caso suo, “anche perché il mio caso era diverso:  io avevo un germinoma”.

 Resto stupito del linguaggio tecnico che mi usa: cos’è un germinoma, gli chiedo. “Faccia conto che è una ciste, è un esempio banale ma che i medici hanno fatto anche a me per spiegarmi che cosa avevo in testa”.

 E tu avevi una ciste in testa?

 “Io a dire il vero aveva una diplopìa, me l’avevano già riscontrata nel 2015: praticamente ci vedevo doppio perché avevo già allora (ero all’inizio delle medie) una massa di 1,2 centimetri vicino alla pineale. Questa massa, mi spiega, è arrivata a 2,4 cm nel 2018 e comprimeva il cervello all’incrocio dei nervi ottici”.

 “Ancora adesso io ho compromessa la vista di metà dell’occhio sinistro e di un terzo del destro”.

 Quindi, gli chiedo, la terapia per te è cominciata nel 2015.

 “No, mi precisa: nel 2015 mi hanno detto che la massa alla pineale andava controllata per capire se si era fermata o se continuava ad espandersi,  ma per il momento non si doveva intervenire per asportarla perché ci potevo convivere”.

 E allora, insisto, quando è cominciata la cura?

 “La terapia che sto ormai per completare è cominciata l’anno passato”. Si ferma, come per prendere fiato: la memoria di quei momenti è vivissima.

 “Sono entrato in ospedale il 26 ottobre 2018 per fare una risonanza magnetica. Con me c’era la mamma e il papà. La risonanza doveva capire se alcuni problemi muscolari che avvertivo venivano da quella ciste. Appena finita la risonanza, è stata subito analizzata e mi hanno detto dopo pochi minuti: tu ti fermi qui, satsera”.

Come mi fermo qui stasera? 

Non te ne vai, vieni ricoverato.

Avverto un respiro un po’ ansioso.

Gli chiedo se è sicuro di voler continuare.

Lui: “ho tutto qui presente in testa come fosse adesso; mi portarono in una camera, con me c’era mia mamma che sorrideva e mi diceva adesso cerchiamo di capire cosa succede, mio papà intanto è tornato a casa da solo, ad Altivole, per prepararci qualcosa da portarci dentro, fare la valigia, per me e per mia mamma, è stato bravo mio papà quella sera a tornare a casa da solo, fare la valigia, portarci giù a Padova le robe che ci servivano, ci portò parecchie robe, come se dovessimo rimanere lì chissà quanto, era il 26 del 10…  La dottoressa Viscardi, la mia oncoematologa, mi disse che stavano valutando la nuova ciste che avevano trovato vicino all’ipofisi, avrebbero dovuto fare una biopsia per analizzare la consistenza e la natura…”.

Era la stessa ciste che ti avevano trovato nel 2015?

“No, professore, la pineale è qui, invece l’ipofisi è qui. La ciste all’ipofisi era vasta 2 centimetri, era il germinoma di cui le parlavo che insieme a quello che avevo nella pienale aveva il valore complessivo di 4 centimetri, lo sa professore cos’è l’ipofisi, no? E’ potremmo dire il cervello del cervello, quello che controlla tutto, se ti prende quella allora…”.

E questa nuova ciste ti aveva procurato altri danni?

“L’ipofisi è stata lesionata: vede la mia mano come è piccolina e tenera come quella di un bambino di un dodicenne, l’ipofisi lesionata mi ha bloccato lo sviluppo…”

 E cosa ti hanno fatto i medici per sbloccarti lo sviluppo?

“Prima di sbloccare lo sviluppo andava tolta la massa della ciste perché continuava a premere: adesso che la ciste non c’è praticamente più ed è rimasto solo il piede, la base da cui era germinata la ciste, adesso possono valutare di sbloccare lo sviluppo, magari anche con inserimento di testosterone…”

 La ciste ti è stata tolta con un intervento chirurgico?

 “Non ho subito nessun intervento chirurgico: ho fatto solo chemio e radio. Le chemio è cominciata il 18 novembre 2018 ed è finita il 2 febbraio 2019, è durata quattro cicli, il primo e il terzo ciclo di tre giorni ciascuno, il secondo e il quarto di 5 giorni ciascuno; stavo sdraiato a letto e mi mettevano i medicinali della chemio attraverso il sondino direttamente in vena”.

 La chemio è andata bene?

 “sì, cioè con la chemio ho perso tutti i capelli, ci sono rimasto male, poi però mi sono detto: se li perdo vuol dire che la terapia funziona, e allora ho lasciato che mi caschino; però a dire il vero non mi sono cascati del tutto, non è stato come per Andrea che era rimasto lustro come una palla…”

 Poi la radioterapia…

 “Sì, dopo la chemio ho fatto la radio che è finita il 5 aprile 2019: sono state 25 sedute di 5 minuti di terapia effettiva ciascuna: stavo sdraiato sul lettino, col caschetto sulla faccia e sulla testa e mi sparavano un raggio di radiazione.

 Provo a stemperare la tensione: gli chiedo cos’è il caschetto?

 “Il caschetto te lo costruiscono sulla tua faccia, sulla forma del cranio, me l’ha fatto preparare, da un foglio di gomma, la mia radioterapista la dottoressa Marisa Samaritana Buzzacarini: lei a guardarla sembra severa ma poi quando ti segue in terapia vedi che è lì con te e che ci sia stata una come lei è stato importante”.

 Provavi dolore?

 “Non sentivo dolore ma stavo male, male.    Quando ho finito la radio, Paolo il radiologo, col quale ho chiacchierato spesso in queste settimane, mi ha detto che gli dispiaceva che avevo finito perché non mi avrebbe visto ancora; io non ho avuto il coraggio di dirgli che a me non mi dispiaceva mica di aver finito le radio”.

 Ma da dove può essere nata questa tua ciste?

 “Non lo so. Ma secondo me Cernobyl ne ha fatti di danni…”

Hai mai avuto paura?

 “No, paura no: un po’ di preoccupazione sì, avevo sempre con me mia mamma, vedevo spesso mio papà, mi mancava la scuola, i miei compagni: ma c’era Martina, e anche Matilde, che mi mandavano quasi sempre i compiti on line”.

Davvero ti mancava la scuola?

 Non mi mancava proprio proprio la scuola nel senso di imparare perché ho fatto l’attività di scuola in ospedale (il prof. Giacomo di Matematica è stato molto bravo, anche la signora Maria Guida mi ha dato delle belle dritte) e mi collegavo spesso con la mia classe via Skype”.

Tace un secondo, poi riprende: “Ma essere fisicamente in classe è un’altra cosa: allora, quando ero in ospedale e non potevo in nessun modo contattare i miei compagni di scuola e li immaginavo che loro andavano avanti coi programmi, mi mettevo addosso la maglietta del Cavanis e così mi sentivo la mia scuola addosso… La felpa del Cavanis mi ha accompagnato ogni volta che andavo in terapia; in quei momenti avevo bisogno di capire cosa mi restava di mio”.

Invece i tuoi genitori c’erano.

 “Ci sono sempre stati: la doveva vedere, prof., mai mamma vestita col càmice arancione a fare volontariato con altri volontari tutti in càmice arancione, a fare le attività di ceramica e i lavoretti di legno, e tutti noi ragazzi che lavoravamo insieme: erano le cose più belle di tutte quelle facevamo lì dentro. E si pensi che facevo portare anche ai miei genitori la stessa maglietta del Cavanis quando ero a casa dall’ospedale”.

Paolo, abbiamo fatto una bella chiacchierata, di preparazione all'intervista che faremo più avanti…

“Va bene, così mi sono preparato le risposte che dirò ufficialmente”.

Avresti un’ultima cosa da dirmi per oggi?

“Non so, le direi che in ospedale ho trovato veri amici: da solo sarebbe stato più difficile…” 

Ci pensa su un po’, in silenzio. Giochicchia con la penna.

“E poi vorrei dirle anche che un giro dentro i reparti di oncologia lo farei fare a tutti…”