Come tradurre in pratica le idee di papa Francesco che vuole la Chiesa come un "ospedale da campo"? Se ne è discusso nella Settimana nazionale di aggiornamento pastorale, alla fine di giugno 2014. Con alcune proposte concrete: uscire, denunciare, abitare la terra per essere Chiesa di popolo.

 

Come dare fiato e gambe alle indicazioni suggerite da papa Francesco? Come tradurre nel concreto delle nostre parrocchie la pastorale «dell'ospedale da campo» proposta dal Pontefice. Ecco alcuni degli interrogativi che si è posto in questi giorni il Cop (Centro di orientamento pastorale), un organismo composto da vescovi, sacerdoti e laici. A Pianezza (alle porte di Torino) si è  conclusa la sessantaquattresima Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale, evento in programma dal 23 al 26 giugno sul tema “Chiesa, mondo, storia. Oggi, in continuità con il Concilio Vaticano II”. 

Nato nel 1953 dall'intuizione di un parroco milanese, monsignor Grazioso Ceriani, in oltre sessant'anni di attività il Cop ha visto mutare in modo profondo il volto della Chiesa. Ecco perché non si tira indietro davanti alle delicate sfide della contemporaneità. Le Settimane di aggiornamento sono da sempre una risorsa per l'incontro, il confronto e il dialogo: insieme alla rivista Orientamenti Pastorali, rappresentano lo strumento principale di lavoro del Cop, che proprio attraverso questi appuntamenti porta avanti la sua opera di ricerca, studio e approfondimento pastorale.   L'edizione 2014 si inserisce in un trittico, avviato lo scorso anno (cinquantesimo anniversario del Vaticano II) e incentrato sulla riscoperta delle costituzioni conciliari. «Non per ripetere letture già fatte – come ha sottolineato monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente Cop - ma per studiare quanto le abbiamo concretizzate nella vita della Chiesa e quanta strada c’è ancora da compiere per apprezzare quei doni grandi che Dio ci ha fatto».Tanti gli interventi e gli spunti di riflessione che si sono susseguiti in questi giorni. Ad aprire i lavori è stato don Roberto Repole, docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale che ha sede a Torino. «Rispetto al tempo del Concilio – ha osservato, tra l'altro, il sacerdote - la religione non è l'unico fattore strutturante la società: è possibile avere fede, ma è una possibilità uguale e contraria a quella del non credere. Si può avere istanze morali forti senza necessariamente credere». Per questo è necessario «pensare e ripensare la fede perché questa sia feconda per tutti gli uomini, credenti o meno, destinatari del Vangelo».    «Il profeta è colui che sa leggere il "tramonto" come una nuova "alba" – ha poi sottolineato Luigi Alici, docente di filosofia Morale all'università di Macerata. È chiamato a rivelare il senso nascosto che sta prendendo la storia, a vedere il germe di bene sepolto nelle macerie». Parole che immediatamente rimandano allo stile e alla predicazione di Jorge Bergoglio. «L'Evangelii Gaudium (l'esortazione apostolica di papa Francesco, ndr) è un modo per rileggere il nostro tempo e per atteggiarci di fronte ad esso». In quest'ottica – ha poi proseguito lo studioso – alcuni fenomeni che spesso vengono letti come “tramonti” (ad esempio la presenza sempre più pervasiva della tecnologia, fino alla commistione di reale e virtuale) possono in realtà racchiudere i semi di una nuova alba. Anche il vaticanista Piero Schiavazzi si è soffermato sullo stile pastorale di una «Chiesa in uscita», improntata a «modelli altamente terapeutici», dove possono trovare piena cittadinanza parole come «ospedale da campo».Annunciare, accogliere, curare. «L'uscire di Francesco non è per dare lezioni – ha fatto notare monsignor Matteo Maria Zuppi, vescovo ausiliare Diocesi di Roma - ma per scoprire la presenza di Dio nascosta negli uomini (e questo è un frutto maturo del Concilio). Da Benedetto a Francesco c'è una continuità e un andare sempre più in profondità: il primo, ha invitato i credenti ad abitare i deserti spirituali; il successore invita ad abitare, a tutto tondo, le periferie dell'esistenza».   Essere testimoni concreti e coerenti, in tempi di crisi. Ecco una delle sfide più dure dei nostri giorni. «L’impegno educativo – ha detto Johnny Dotti, imprenditore sociale e pedagogista – è riportare i ragazzi presto al lavoro, dove ci sono mani che operano e un cuore pensante. Il lavoro è un’educazione a tutto tondo, dallo spirituale al sociale». E sul fronte abitativo «abbiamo bisogno di case, non di appartamenti. Immaginare le famiglie come nucleo chiuso che sta in un luogo chiuso - appartamento - è una follia. Nella tradizione cristiana le case sono sempre state aperte, perché la famiglia vive in relazione con altre famiglie».   A conclusione degli interventi, in una sintesi complessiva, ha preso la parola monsignor Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano. Alla domanda, semplice quanto disarmante “Come tradurre oggi lo stile umano di Gesù?”, l'arcivescovo ha risposto proponendo cinque verbi: uscire (non essere vincolati ai propri schemi di strategia pastorale, aprendosi senza paura a nuovi modelli), predicare (cioè annunciare il Vangelo chiaramente, tornando all'essenzialità), abitare la terra per essere Chiesa di popolo, non di élite, denunciare (avere la capacità di un atteggiamento profetico, leggendo i segni dei tempi), trasfigurare (portare il senso della gioia).