La "grande crisi" sta lentamente passando, lasciando sulla sua strada uno sterminio di "morti" (banche, aziende, lavoratori, famiglie, interi Paesi travolti). Tutto è cominciato per una cattiva gestione degli ingenti capitali finanziari. Esiste una finanza etica?  C'è un modo cristiano di gestire la finanza? 

«In questo tempo della globalizzazione in cui la moneta diventa preda agognata e conquistata da alcuni abili cacciatori e disperata miseria per quelli cui viene sottratta, appare sempre più chiaro il suo valore simbolico. Il significato vero, reale, pulito è quello di essere simbolo della condivisione e partecipazione di tutti ai beni della terra». 

(Arturo Paoli)

 Era il 1976 quando nel poverissimo Bangladesh nasceva la Grameen Bank (il nome significa banca rurale). Fondata da un professore di economia, Muhammad Yunus, resosi conto dell'inutilità di vuote teorie di fronte al dramma della miseria del suo paese, la Grameen Bank è tra i più noti esempi di microfinanza. 

Un "sogno" capace di incidere sulla realtà. Il principio ispiratore di questa iniziativa deriva da una semplice verità: la differenza tra poveri e ricchi consiste nelle opportunità, non nelle capacità. Secondo questa filosofia, la povertà, in quanto problema complesso, sarebbe in realtà la somma di tanti piccoli problemi e la concessione di un prestito a un povero equivale ad offrirgli un'occasione di riscatto.  

Anche se probabilmente la Grameen è l'istituto di maggiori proporzioni, nel suo genere non è affatto un caso isolato. Si contano esperienze simili in altri paesi del Sud del mondo e in Europa, capaci di coinvolgere almeno 20 milioni di persone. La microfinanza si rivolge specificamente ai poveri, che sovente più dei ricchi necessitano di soldi per questioni vitali: acquistare medicinali, sistemare l'abitazione, garantirsi un pasto giornaliero, saldare un debito. 

Trasparenza assoluta. Nessun finanziamento alle imprese che trafficano in armi o inquinano il pianeta. Investimenti, invece, nei servizi sociali, nel commercio equo e nella cooperazione allo sviluppo. Con questi obiettivi sono nati vari istituti di finanza etica e sono cresciute le esperienze di credito rivolto ai poveri. Ecco come funzionano. 

Si stima che l’enorme cifra che circola ogni giorno nel mondo attraverso le "piazze finanziarie", al 95% si componga di rapide manovre speculative e solo in minima parte di transazioni che spostano denaro collegato allo scambio di merci. Questi mercati, resi sempre più virtuali dalla comunicazione informatica, sono altamente instabili e rischiosi. E velati da una scarsa trasparenza. 

A livello mondiale i flussi di investimento, dopo la crisi asiatica del 1997, si stanno dirigendo prevalentemente verso i paesi più ricchi. Non diversamente, come si usa dire, da quanto avviene in una comune banca che tende a prestare i soldi a chi già ne ha. Ma come nel settore del consumo, anche nel caso del risparmio esistono strade alternative, orientate secondo principi etici e non solo di mercato. Si tratta di banche, istituti finanziari e ora anche gruppi assicurativi che offrono l'opportunità di investire i propri soldi in modo etico. 

Si possono coniugare termini come guadagno ed eticità? Può un risparmiatore investire il proprio denaro senza cadere in contraddizione con i valori e le convinzioni in cui crede? Può un pacifista essere sicuro di non finanziare con i propri risparmi una fabbrica che produce armi? Alla fine degli anni '70, per rispondere agli interrogativi che già da tempo si poneva il mondo del non profit, nacquero in Italia le MAG (Mutua AutoGestione), cooperative che ricevono e prestano soldi ai propri soci con l'intento di finanziare attività di cooperazione sociale, per la tutela ambientale o la promozione dei diritti umani. 

L'incontro tra queste realtà di finanza ispirata a principi etici, con il mondo del volontariato, delle ONG, dei sindacati, ha portato alla nascita della prima Banca Popolare Etica e di istituzioni dedite alla microfinanza verso il Sud del mondo. Realtà differenti, ma accomunate dalla convinzione che la finanza sia solo uno "strumento" a servizio di un'economia di giustizia.

Da un’intervista a Nurjaham Begum, direttore della Grameen Bank (Rivista Missione Oggi, marzo 2006):

 [Il reddito è un veicolo di diritti e di riconoscimento sociale] «Questa, tuttavia, non è l'unica ragione per cui prestiamo soldi quasi esclusivamente a donne. Ce n'è anche un'altra, di pari importanza. L'esperienza ci ha insegnato che una somma di denaro, in mano ad una donna, tende ad essere investita in maniera più oculata e riesce più facilmente a produrre benefici per tutta la famiglia. 

Una madre ha a cuore il destino dei propri figli e vuole, nei limiti del possibile, assicurare loro un futuro prospero, condizioni abitative dignitose, un'istruzione... Per questo, accanto ai prestiti destinati a produrre reddito per la famiglia e agli housing loans, Grameen offre anche ad alcune famiglie degli education loans, finalizzati a farne studiare i figli».

 «Secondo la logica del sistema bancario classico, i poveri non possono essere destinatari di un prestito perché, si sostiene, non potranno mai ripagarlo. Noi siamo partiti da un assunto opposto, vale a dire dalla convinzione secondo cui il prestito ai poveri è in grado di mettere in moto un meccanismo di produzione di reddito. A patto però che i tempi e le condizioni del prestito siano tali da permetterlo: i nostri tassi d'interesse sono onesti, le somme di denaro che prestiamo piccole e la loro restituzione, che deve essere completata entro un anno dall'avvenuto prestito, viene frazionata in microquote settimanali. 

Condizioni e tempi diventano così la cornice all'interno della quale la restituzione del prestito diventa possibile. Il resto lo fa la spinta alla dignità, presente in ogni essere umano. Ognuno di noi aspira ad una vita dignitosa, ed è proprio per questo che i poveri si mostrano in linea di massima ben lungi dallo sprecare un'opportunità di lasciarsi alle spalle l'indigenza, quando questa viene loro offerta. 

Anzi, normalmente è proprio allora che fanno uso di tutte le proprie qualità, abilità e capacità creative, pur di trarre dei vantaggi dal prestito e di ripagarlo. Le nostre clienti desiderano un futuro dignitoso per i loro figli e sono disposte a lavorare sodo per quest'obiettivo. In definitiva, la ragione del nostro successo è molto semplice, ed è tutta qui…» 

«Cerchiamo di mettere le nostre clienti in condizione di camminare con le proprie gambe. Vorrei insistere però sulla questione del contesto: i nostri membri possono fare da sé solo se le condizioni e i tempi del prestito lo permettono. A questo proposito, ritengo sia importante segnalare un'altra caratteristica peculiare di Grameen, che finora non ho menzionato.

 Essa è ben riassunta dalla nostra massima secondo cui “non sono i poveri a dover andare in banca, è la banca che deve andare dai poveri”. Questo significa che Grameen è presente in maniera capillare sul territorio, e che sono i nostri funzionari a girare di villaggio in villaggio per incontrare i gruppi di donne che usufruiscono dei nostri servizi o per crearne di nuovi. 

In tal modo, decidere di chiedere un prestito diventa un'opzione decisamente più praticabile che non nel caso in cui siano i potenziali clienti a dover raggiungere la sede della banca, con tutte le difficoltà che questo può comportare per persone che nella maggior parte dei casi sono poverissime e analfabete».

 [Dare fiducia] «Si tratta di una caratteristica centrale della nostra attività. Noi siamo fermamente convinti che ogni essere umano che abita questo pianeta abbia un talento, una capacità: si tratta solo di dargli la possibilità concreta di farli emergere e mettere a frutto. Ciò vale ovviamente anche per i più poveri fra i poveri. A tal fine, abbiamo cominciato a fare quello che nessuno ha mai fatto: abbiamo dato fiducia ai poveri, cioè abbiamo dato loro un piccolo capitale da utilizzare nel modo che ritenevano più opportuno. 

Ma la fiducia, ovviamente, può anche assumere altre forme. Grameen ha dimostrato di credere nelle capacità di apprendimento e nel senso di responsabilità delle donne analfabete dei villaggi rurali del Bangladesh anche in altri modi, per esempio con la creazione di Grameen Phone, la società di telefonia cellulare che abbiamo lanciato nel 1997. (a cura dell'Ist. Secolare Missionarie Comboniane).