E' il problema di sempre, l'antico interrogativo che l'uomo si pone e che pone a Dio: perché la sofferenza: ecco la testimonianza di don Francesco Rebuli, sacerdote in carrozzina, della diocesi di Vittorio Veneto. 

"Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti”. Francesco Rebuli ha voluto questo passaggio della prima lettera di San Paolo ai Corinti nel santino con cui annuncia la sua ordinazione sacerdotale. La debolezza Francesco la vive sulla propria pelle da quel giorno dell’estate del ’97 quando una gita a Jesolo con gli amici dopo l’esame di maturità si è trasformata in tragedia: a seguito di un tuffo subisce una lesione alla colonna vertebrale che lo costringe in carrozzina.

«Nella sofferenza e nel disorientamento che hanno fatto seguito all’incidente - racconta Francesco - ho sentito davvero una forza che mi ha aiutato a riprendere in mano la vita. Come capita a tante persone, anch’io ho scoperto che nella difficoltà e nella prova c’è qualcuno di più grande che ti è vicino». E così il salmo 40 è diventato il “suo” salmo: “Ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.  Mi ha tratto dalla fossa della morte, dal fango della palude; i miei piedi ha stabilito sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi. Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, lode al nostro Dio”.  

«Ho scelto questo salmo per il santino a ricordo dell’ordinazione - spiega Francesco -. Le sue parole mi hanno accompagnato in momenti faticosi e ancor oggi mi infondono fiducia nei frangenti più duri».  L’idea di farsi prete inizia a balenare nella mente di Francesco fin dagli anni della scuola media. 

«Fin da ragazzo il sacerdozio era una delle possibili scelte di vita - racconta. Quando cercavo di immaginare il mio futuro prendevo in considerazione anche questa possibilità. Mi piaceva l’attività di animazione in parrocchia a Madonna delle Grazie e anche al Collegio Immacolata, dove ho fatto le superiori. Qui facevo parte del gruppo di animatori del Grest e tra noi è nata una solida amicizia. La mia è stata una giovinezza normale, frequentavo un bel gruppo di amici e praticavo nuoto e calcio».  

Nel 1997 l’incidente cambia tutto. «Non è stato semplice riprendere una vita per quanto possibile normale nelle mutate condizioni. Ho voluto iscrivermi all’università - lingua e letterature straniere - e mi sono laureato nel 2005. Nello stesso anno sono entrato nella Comunità vocazionale. Quella “possibilità” che avvertivo fin dalle medie e che non mi ha mai “abbandonato”, neppure dopo l’incidente, si è fatta più concreta. Come potevo rifiutare la chiamata di Colui grazie al quale avevo ritrovato la serenità?».  

Del seminario Francesco serberà un caro ricordo. «Sono grato e riconoscente perché tante persone mi sono state vicine consentendomi di compiere questo tratto di strada. La vita comunitaria ti costringe a relazionarti con altre persone che non sempre la pensano come te. È un’esperienza che mi ha aiutato a crescere umanamente e spiritualmente. Con i miei compagni di studi, che mi hanno dato una mano nelle piccole e grandi attività quotidiane, si è creata una certa complicità. Lo studio mi ha permesso di comprendere meglio il mistero di Dio».  

Ostacoli per la sua condizione fisica non ne ha colti, in questi anni di preparazione al sacerdozio: «Sostanzialmente sono sempre stato ben accolto o, per lo meno, se qualcuno avesse avuto qualcosa in contrario, ha avuto l’accortezza di non manifestarmelo. Battute a parte, l’accoglienza è quel momento che permette di iniziare un percorso, un cammino. Poi si tratta di percorrere assieme questo cammino. Nei confronti della disabilità, ma il discorso può essere esteso anche ad altre situazioni, c’è chi è più preparato ad accogliere e chi meno, per sensibilità personale o esperienze di vita. Io ho trovato molte persone disposte a fare la fatica di capire la situazione nuova che avevano di fronte, ed è questa disponibilità che è importante affinché la strada percorsa insieme, con le sue inevitabili fatiche ma anche le sue conquiste, possa essere autentica».  

La forza dello Spirito, senza la quale “nulla è nell’uomo” - come abbiamo pregato nella Sequenza di Pentecoste - ha cambiato la vita di Francesco. Gli auguriamo che il Signore continui a riversarla su di lui, suo sacerdote, ogni giorno abbondantemente.  testo di  Federico Citron, da L'Azione, settimanale della Diocesi di Vittorio Veneto.